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TURN OVER E SPESA PER IL PERSONALE

TURN OVER E SPESA PER IL PERSONALE

Autore: Cinzia Devincenzi

Questo articolo contiene:

Turn over; Comuni; personale degli enti pubblici; uscite correnti; assunzioni; governo; sindacati

12/04/2017

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Ricominciano le grandi manovre sul personale degli enti locali, che si scontrano con  il solito problema: le risorse.
Il decreto enti locali, dovrebbe mettere sul piatto un deciso aumento del turn over, spinto nei giorni scorsi anche dalla Funzione pubblica. L’idea di fondo, su cui ancora si attende l’ultima parola della politica, è almeno di raddoppiare gli spazi assunzionali nei Comuni con più di 10mila abitanti, portandoli dal 25 al 50%, e di agire anche sul turn over dei piccoli enti, che potrebbe passare dal 75 al 100%. Ogni misura sul tema, prima di tutto deve fare i conti con una rete di regole che negli anni si è intricata: il turn over è già al 100% nei Comuni fino a mille abitanti, e in quelli più grandi nei quali però le spese di personale non superano il 25% delle uscite correnti. Nelle amministrazioni fra mille e 9.999 abitanti, invece, il turn over è al 75% solo se il rapporto fra dipendenti e popolazione non supera i parametri indicati dal Viminale per gli enti dissestati, altrimenti scende al 25 per cento. Lo spazio per le assunzioni, infine, è previsto come incentivo a rispettare il pareggio di bilancio senza sbagliare con la programmazione, perché dal 2018 gli enti che centrano gli obiettivi di finanza pubblica senza lasciare spazi finanziari inutilizzati superiori all’1% delle entrate finali potranno applicare il turn over al 75 per cento, sempre a patto di non superare il rapporto dipendenti/popolazione degli enti dissestati: un “premio”, questo, che sarà da rivedere, quantomeno per i Comuni fino a 10mila abitanti che già oggi possono raggiungere questa percentuale. L’ampliamento delle possibilità di assunzione è chiesto a gran voce dai sindaci . La mossa, però, si incrocia oggi con l’aumento delle risorse da accantonare in vista dei rinnovi dei contratti, con uno sforzo che cresce in virtù degli stanziamenti posti in manovra per la Pa centrale e di quelli ulteriori che dovrebbero arrivare per rispettare la promessa di aumenti da 85 euro medi scritta nell’intesa fra governo e sindacati del 30 novembre. Il problema nasce dal fatto che ogni aumento statale si traduce in un analogo obbligo di stanziamento negli enti territoriali, sulla base delle misure che vengono indicate con Dpcm: i 300 milioni disponibili sul 2016 significano negli enti locali un costo dello 0,4% del monte salari, per cui i 900 milioni di quest’anno si tradurranno in un onere pari all’1,2%. Nel 2018, per rispettare gli obiettivi dell’intesa si dovrebbe arrivare a mettere sul piatto della Pa centrale 2,4-2,5 miliardi arrivando quindi al 3,2% circa del monte salari.
In questo contesto, poi, un problema in più pesa sui conti delle Regioni, e nasce dagli ex dipendenti di Province e Città metropolitane che si sono trasferiti negli organici regionali. Per loro, il rinnovo contrattuale dovrebbe produrre un allineamento delle voci accessorie rispetto a quelle dei loro nuovi colleghi. I fondi decentrati, però, sono sempre quelli, e  all’effettivo rinnovo contrattuale,  c’è ancora tempo, mentre si attende l’invio degli atti di indirizzo necessari a far ripartire le trattative mentre il decreto sul pubblico impiego deve ancora affrontare l’esame di enti locali, Consiglio di Stato e Parlamento.

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