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LIMITI ALL’ACQUISIZIONE DI PARTECIPAZIONI SOCIETARIE DA PARTE DEGLI ENTI PUBBLICI

LIMITI ALL’ACQUISIZIONE DI PARTECIPAZIONI SOCIETARIE DA PARTE DEGLI ENTI PUBBLICI

Autore: Alice Guerra

Questo articolo contiene:

Società partecipate, deliberazione n. 96/2014/Par

05/08/2014

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Ciascuna acquisizione di partecipazioni, anche gratuita, obbliga ad una deliberazione dell’organo consiliare dell’Ente che motivi esaustivamente il carattere strettamente necessario dell’acquisizione stessa per il perseguimento delle finalità istituzionali, con obbligo di trasmissione della deliberazione alla competente Sezione Regionale di controllo della Corte dei Conti. Ciò è il sunto della deliberazione n. 96/2014/Par della Sezione Regionale di controllo per l’Emilia Romagna della giustizia contabile.

La deliberazione nasce dalla richiesta di un parere afferente la possibilità per un Comune di procedere all’acquisizione gratuita di quote azionarie di una società già partecipata dall’Ente.

Preliminarmente, la Sezione ricorda il disposto dell’art. 3, comma 27 della legge 244/2007, secondo il quale “al fine di tutelare la concorrenza e il mercato, le amministrazioni di cui all’art.1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n.165, non possono costituire società aventi per oggetto attività di produzione di beni e di servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali, né assumere o mantenere direttamente partecipazioni, anche di minoranza, in tali società”. Principio questo sottolineato peraltro da diverse sentenze della Corte Costituzionale.

La limitata facoltà di utilizzazione dello strumento societario da parte delle Amministrazioni Pubbliche, ricorda la Sezione, è stata successivamente ribadita ed articolata dal Consiglio di Stato secondo cui, il collegamento con le finalità istituzionali dell’Ente deve essere inteso come “non di mera compatibilità, ma di stretta strumentalità”. Nell’affermare tale statuizione il Consiglio di Stato ha, altresì, puntualizzato la generale ammissibilità, della costituzione di società in house, “che è in sé un modulo organizzativo neutrale, che rientra nell’autonomia organizzativa dell’ente, con il limite intrinseco che ogni forma organizzativa è sempre e necessariamente strumentale al perseguimento dei fini istituzionali dell’ente medesimo, mentre “un altro conto è la costituzione, da parte di un ente pubblico, di una società commerciale che non operi con l’ente socio, ma operi sul mercato, in concorrenza con operatori privati … (che) non può ritenersi consentita in termini generali, quanto meno nel caso in cui l’ente pubblico non ha fini di lucro”.

La Sezione Regionale di controllo per l’Emilia Romagna continua sottolineando che il corredo normativo e giurisprudenziale richiamato non è scalfito dall’abrogazione del comma 32 dell’art. 14 del d.l.78/2010 intervenuta con la legge di stabilità 2014, in quanto le due discipline operano in ambiti diversi: l’art.3, comma 27, opera sul piano delle finalità che l’ente può raggiungere mediante lo strumento societario; l’articolo 14, comma 32, sul piano numerico, essendo stati fissati dei tetti alle partecipazioni correlati alla densità demografica dell’ente e alla luce delle risultanze dei dati di bilancio della partecipata (si veda l’articolo LA LEGGE DI STABILITA’ PER LE SOCIETA’ PUBBLICHE).

In definitiva, la Sezione afferma che “sulla base delle previsioni contenute nell’art.3, comma 27, della legge 244/2007 alla luce della consolidata interpretazione della giurisprudenza contabile ed amministrativa che l’organo consiliare deve effettuare una ricognizione delle partecipazioni societarie dell’ente, al fine di autorizzarne il loro mantenimento o l’assunzione di ulteriori, con trasmissione della relativa deliberazione alla Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti territorialmente competente”.

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